Di Andrea Massaro  – Mai, come in questi giorni, la vecchia Dogana di Piazza Centrale aveva fatto parlare tanto di sé.  Ad occupare le prime pagine dei giornali, di dibattiti televisivi e finanche in un’apposita seduta del Consiglio comunale, è stato il richiamo di molti avellinesi, vivamente indignati del degrado e dell’abbandono nel quale è rimasto l’unico monumento medioevale, unitamente ai ruderi del Castello, ancora presente nella nostra città.  Per secoli la Dogana ha rappresentato un polo economico vivace, non solo dell’intero Principato, ma di molte realtà geografiche del Regno di Napoli.  Il suo  ruolo di “Borsa” economica si è proteso fino alle città costiere di Amalfi, Capri, Salerno, ecc.

Nel 1581, quando il feudo di Avellino arriva nella mani della Famiglia Caracciolo la Dogana, oltre ad aumentare il suo volume di affari, sarà posta nelle mani di un abile scultore, Cosimo Fanzago, che si cimenta in un grande restauro della facciata, impreziosita da un numero rilevante di statue di marmo. Nella seconda metà del Seicento il feudo dei Caracciolo, con Francesco Marino, esprime il massimo splendore. Francesco Marino, gode della carica di Gran Consigliere del Viceregno, ed è  la massima autorità politica dopo il Vicerè. Agli inizi della seconda metà del Seicento, mentre il Fanzago lavora alla guglia di San Gennaro in Napoli, sarà contattato dal Principe Francesco Marino per realizzare in Avellino alcuni lavori, tra i quali il restauro della Dogana. La facciata del monumento impegna lo scultore in anni di lavoro per abbellirla e decorarla.La statua di Marino I Caracciolo, con l’armatura cinquecentesca, è scolpita direttamente dall’artista. Dopo circa due secoli di splendore il monumento del Fanzago perderà tutto il valore in precedenza acquistato. A partire dal 1806, con il Decennio napoleonico, inizia il declino della famiglia principesca e anche della Dogana. Nel 1851 la Dogana fu  pignorata dal Tribunale di Avellino. Alla fine del XIX secolo  nella Dogana si depositavano delle carrozze, e alcune volte, veniva utilizzata per spettacoli cinematografici e serate di feste. Un erede dei Caracciolo, il Marchese Marino Caracciolo Imperiali, con sentenza del febbraio 1899, riuscì a riscattare la Dogana all’asta pubblica indetta dal Tribunale di Avellino. Alcuni anni dopo, nel 1904, la Dogana fu venduta a Michele Vietri, commerciante di Avellino, riservandosi, il Marchese, per sé, suoi eredi, e successori di riscattarla entro quattro anni. Questo termine fu anticipato, e nel 1906 il Marchese Marino Imperiale ricomprò dal Vietri la Dogana, la quale, nella stessa giornata fu venduta alla baronessa Giuseppina Sellitti. Questa volta il Marchese Imperiale precisa, con apposita clausola, che nella vendita non sono comprese le statue. Questa clausola, in seguito, sarà oggetto di disputa. Frattanto la Dogana fa registrare, alcuni anni dopo, un altro capitolo importante.
A scriverlo sarà Umberto Sarchiola, il quale avvia trattative con la baronessa Sellitti, che vanno in porto nel 1929, la quando la baronessa Sellitti loca al Sarchiola la Dogana per adibirla a sala cinematografica o teatro. Nell’agosto del 1929 il fabbricato viene abbattuto, mentre sarà salvaguardata la sola facciata. La trasformazione  in sala cinematografica e teatro, è  affidata all’Ing. Salvatore Moccia. Tre anni dopo Sarchiola acquista definitivamente la Dogana che diventerà, così, il Cinema Umberto. Arriviamo, poi, al 1992, quando un pauroso incendio cancella per sempre Cinema e Dogana, salvandosi la sola facciata. Poi inizia il declino che conosciamo.