SALOTTO DEL B&B LA TORRE, Amatucci: “La Dogana dall’abbandono alla rinascita”

SALOTTO DEL B&B LA TORRE, DA UNA IDEA DEL DIRETTORE EDITORIALE MARCO PISANO A CURA DI –Luis Gentile…

Recitava un famoso film partenopeo: “…al sud piangi due volte, quando vieni e quando vai via…” una battuta che suscitava la stessa malinconia che si prova talvolta passeggiando per il centro storico di qualche borgo rurale. Lo sguardo è rivolto ai tanti edifici più iconici di ogni città dotati di un fascino particolare, quello del tempo che passa e sembra ricordare all’uomo la sua tenacia. Gli stessi segni se li è portati addosso come una cicatrice la nostra dolce,amara città di Avellino. Qui il tempo ha assunto un valore duplice. Pochi attimi hanno cambiato la storia del capoluogo di provincia per poi cedere il passo ad anni di apparente stasi. Così un ipotetico girovago passando per il centro storico oggi potrebbe ammirare la Dogana, pensandola sempre così. Chi ha vissuto la città però conosce la sua storia, fatta di sofferenza, di cadute ma anche di resilienza e di rinascita. Al “Salotto del B&B La Torre” abbiamo ripercorso con il giornalista Gianluca Amatucci la storia di questo edificio storico. Nata come polo nevralgico delle attività economiche provinciali, si è evoluta negli anni con la riconversione a cinema, l’incendio, poi l’abbandono e la rinascita. Fatta ristrutturare una prima volta da Francesco Marino Caracciolo per mano dell’architetto Fanzago, la dogana era il punto di interscambio tra Napoli e le Puglie, come certificano i vari mulini sparsi per l’Irpina. Il nostro ospite ci ha raccontato di quei tempi, anni in cui l’economia era più semplice e la dogana all’epoca era un punto di aggregazione. Ha affermato: “Si chiamavano Agorà questi luoghi, posti dove ci si incontrava per vivere la comunità. Oggi la sera si passeggia a piazza della Libertà per cercare un po ‘di tregua dal caldo cittadino, tuttavia è il centro storico che custodisce le nostre origini con la torre dell’orologio, la fontana, il duomo, la dogana e subito di fronte la statua di Carlo II di Asburgo, il nostro re bambino. Avellino deve essere conosciuta e riconosciuta ma i primi che devono imparare a farlo sono proprio gli Avellinesi. Ci si muove tra mura che parlano alla comunità ma sembrano vuote. La nostra città va amata, in primis dai suoi cittadini, perché ci racconta la nostra storia”. Travolti da una forma di nostalgia ma anche di meraviglia l’intervista è proseguita con una suggestione sul futuro di questi luoghi, un domani sempre più digitale e a volte fin troppo ingombrante. Avellino come dell’Irpinia, ha sempre vissuto un rapporto particolare con l’innovazione, diviso tra scetticismo e stupore. Oggi non serve recarsi in una biblioteca per conoscere la storia della propria città, con un’operazione molto più rapida e a portata di click si hanno tutte le informazioni necessarie. In pochi attimi chiunque potrebbe apprezzare un’eredità fatta di tradizioni, di culture rurali all’apparenza povere ma in realtà ricche di vita. Eppure invece di esserne fiero sembra che ogni irpino provi quella strana sensazione di inadeguatezza quando si rapporta con altre realtà, quasi a dover giustificare le proprie origini. Il nostro ospite ragionando al riguardo ha ribadito: “bisogna essere fieri di ciò che siamo stati. È inconcepibile pensare che oggi con il digitale che apre infinite porte alla conoscenza ci sia tanta indifferenza quando si calpestano le strade del centro storico. Non si può essere impassibili – ha esclamato – davanti alle nostre bellezze e dalla dogana dovremmo imparare a ponderare. Saper trovare il giusto equilibrio tra innovazione e tradizione. Si potrebbe iniziare gettando i primi germogli nelle scuole, tra i ragazzini che hanno il diritto di conoscere la storia della loro terra e il dovere di trasmetterla perché seconda a nessun’altra.Bensì unica nella sua particolarità. È fondamentale insegnare loro il rispetto per la nostra città dando il buon esempio”. Discutendo si è affrontata una riflessione sul futuro. Su quanto esso non sia un momento indefinito del domani ma parte del presente. Se ciò è vero va detto che la nostra provincia merita di vivere per più di tre mesi all’anno. Da lì la suggestione sulle potenzialità ad ampio raggio prima della dogana e poi, allargando l’orizzonte, di tutta la città. Amatucci ha ricordato con amarezza la stagionalità degli eventi e delle occasioni che coinvolgono il capoluogo. Avellino,come anche la provincia, è dotata di un potenziale invidiabile. Sprecato perché lo si valorizza solo durante brevi parentesi legate alle festività, tra Natale e Ferragosto. Un circolo che muore e rinasce a cadenza intermittente, dove le attività commerciali e le realtà locali faticano a sopravvivere, senza possibilità di far emergere e prosperare soggetti nuovi. “Quello che manca -ha concluso il giornalista- è una progettualità che faccia dell’incontro tra i ragazzi e il territorio il suo ideale. Spero che questa città possa prendere esempio dalla dogana e avere, ancora una volta, la possibilità di rialzarsi”.