Lo scrittore e studioso Stefano Sciacca con il libro Sir William Shakespeare, buffone e profeta (Mimesis Edizioni) si è dedicato ai temi della Modernità, intesa come atteggiamento anziché come epoca, della inattualità di certi artisti e intellettuali, che si sono confrontati con essa, nonché della tragedia alla quale costoro sono stati inevitabilmente condannati. La “tragedia moderna degli artisti”.

Si tratta dunque di un testo sulla Modernità o, meglio, di un esercizio sul significato da attribuire a questa parola.

Il compito di Sciacca è arduo, ma ora più che mai attuale, sia pure nella scomoda inattualità delle sue conclusioni, considerata la sfida lanciata dalla pandemia del Covid-19 al mondo moderno.

La nostra società infatti, si è scoperta improvvisamente costretta a fare i conti con una crisi non solo sanitaria ed economica, ma anche valoriale. E oggi si ritrova alle prese con la scoperta della propria vulnerabilità, legata alla cieca fede riposta nel progresso e nel sistema consumistico, nonché all’assoluta autoreferenzialità da cui è affetta, nella stolida convinzione che il presente basti a se stesso.

Lo spunto per simili considerazioni è offerto appunto dalle opere e dalla vita stessa di William Shakespeare il quale, assistendo agli albori dell’epoca moderna, trasse dal confronto con l’attualità, una poetica fortemente inattuale, nella concezione nietzschiana del termine.

La sua straordinaria sensibilità fu infatti nutrita dalla controversa relazione che l’artista intrattenne con la società in cui visse e della quale, al riparo del sistema-teatro, mise ripetutamente alla berlina contraddizioni e ipocrisie. Una società, quella dell’Inghilterra elisabettiana, scossa e turbata da profondi cambiamenti sociali, giuridici ed economici destinati, in breve, a cambiare il volto dell’Occidente e assai più vicina a noi di quanto non saremmo indotti a credere.

Perciò, lo studio di Stefano Sciacca non costituisce tanto un’analisi specifica dei drammi shakespeariani, quanto piuttosto una riflessione, estremamente personale, sul valore della vita e dell’opera del drammaturgo inglese, messe a confronto con quelle di altri grandi intellettuali inattuali, individuando il sintomo profetico della tragica condizione alla quale l’affermazione dell’ideologia borghese ha definitivamente condannato i pensatori più indipendenti e rivoluzionari.

Il risultato è un libro che analizza il rapporto “autoriflettente” di vita nel teatro e teatro nella vita, soffermandosi sul significato delle maschere, sulla solitudine del buffone e, appunto, sulla tragedia moderna dell’artista. Quella, cioè, vissuta e sofferta, anche in epoche diverse, dagli intellettuali che non si sono accontentati di compiacere il potere e l’autorità, rifiutandosi di sposare acriticamente i valori imposti ai loro contemporanei dall’obbedienza alla élite e dal culto dell’attualità e della moda.

In altre parole, pensatori inattuali che, appunto sulla propria inattualità, hanno scoperto la via per le stelle. La maniera cioè di parlare alle generazioni successive, di imporsi sul tempo che scorre, di divenire autentici classici.

Nonostante la sconfinata bibliografia disponibile in materia, Sir William Shakespeare, buffone e profeta presenta alcuni elementi di innegabile originalità che gli sono valsi l’apprezzamento, tra gli altri, del professor Stephen Grenblatt (Harvard University), critico letterario, scrittore, storico statunitense fra i fondatori del “Nuovo storicismo” e studioso tra i più conosciuti e stimati a livello mondiale, il quale lo ha definito «lively and ambitious».

«Mi attrae particolarmente – ha aggiunto Greenblatt – la vastità di riferimenti, da Shakespeare a Marlowe, passando per Nietzsche, Dostoevskij e Kurosawa. Ho ammirato altrettanto come viene caratterizzata la particolare posizione di Shakespeare in relazione alla sua società, una posizione che, in definitiva, si avvicina al complesso ruolo di colui che Goneril chiama “all-licensed fool”».

«L’incontro con William Shakespeare, le sue opere e la sua vita – ha affermato invece l’autore, Stefano Sciacca – mi ha permesso di crescere come uomo e come studioso della Modernità, tema con cui mi ero già confrontato attraverso la pubblicazione di Prima e dopo il noir, considerando il cinema nero hollywoodiano in rapporto di continuità rispetto alla rivoluzione realistica dell’arte occorsa nel XIX secolo. Inoltre, l’incontro con Shakespeare ha propiziato altri incontri ugualmente significativi, quali sono stati quelli con Stephen Greenblatt e Massimo Recalcati, “padrini” di questa avventura editoriale». In Sir William Shakespeare, buffone e profeta il lettore potrà dunque trovare la conferma che, davvero, l’opera di Shakespeare non è mai morta. Anche a distanza di quattrocento anni, essa sopravvive nella coscienza di ciascuno di noi.