La tradizione della cultura yiddishkeit, l’ironia pungente della tradizione ebraica. Le melodie zigane e le sonorità klezmer per celebrare la Giornata della Memoria. Contro ogni forma di razzismo, al Teatro “Carlo Gesualdo” di Avellino, arriva il cantore della memoria ebraica Moni Ovadia.

«Il Teatro “Carlo Gesualdo” dimostra di essere sempre più sensibile ai temi dell’attualità e dell’impegno civile – spiega il presidente dell’Istituzione Teatro comunale Luca Cipriano – Per questa ragione abbiamo pensato di celebrare la Giornata della Memoria nel ricordo delle vittime delle atrocità naziste con un attore, scrittore e drammaturgo del calibro di Moni Ovadia, ambasciatore universale dell’amore tra i popoli e paladino della dignità dell’essere umano. Un momento di grande riflessione all’insegna del grande teatro civile che da diverse stagioni compone il variegato cartellone del “Carlo Gesualdo».

«Man of many trades – uomo dai molti commerci – che vuol dire – good for nothing – capace di far nulla». Così Moni Ovadia si definì tempo fa durante un’intervista con Serena Dandini, ma in realtà non è così. Capelli incolti e kippah tra il nero e il grigio sempre in testa, Moni Salomone Ovadia è stato capace, durante la sua carriera di teatrante, scrittore e musicista, di raccontare con ironia, dolcezza, rabbia e nostalgia la sua vita, la vita di un ebreo narrante ed errante, è stato in grado di raccontare un’esistenza che spesso lo ha accomunato a quella di tutta la comunità ebraica.

Nato nella metà orientale della penisola balcanica e trasferitosi quasi subito a Milano, Ovadia ancor oggi porta dentro di sé le atmosfere, i sapori e i suoni delle Turchia che per anni ha rappresentato la Terra di accoglienza per gli ebrei. Un cittadino del mondo che ha scelto l’Italia come luogo stabile di vita; una scelta non voluta ma dettata dal fato: gli ebrei sefarditi della Spagna vagarono nel bacino del mediterraneo trovando accoglienza in Italia, in nord- africa, nell’impero ottomano ed anche la famiglia di Ovadia approdò dapprima in Italia e successivamente in Turchia mantenendo una sorta di status italico che poi si è trasformata in cittadinanza vera e propria.

Monia Ovadia ha il “vizio” di essere immerso nel mondo che lo circonda, ha la visione alla Nelson Mandela ovvero una visione che rischia la pace, si batte contro la divisione di tutti i generi; il suo teatro civile, fatto di parole e musica, ha lo scopo di scardinare conformismi, stemperare certi atteggiamenti negativi proclamando la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni essere umano. Lo spettacolo “Senza confini. Ebrei e zingari” fa proprio questo ovvero racconta di popoli senza confini, senza burocrazie, senza eserciti che non si sono omologati ai modelli dominanti e che hanno dovuto subire lo stesso destino fatto di stermini e di persecuzioni. E se gli ebrei nel corso degli anni hanno ottenuto un proprio riconoscimento, una nazione e hanno gridato al mondo il calvario subito durante il nazifascismo, il popolo degli “uomini”, ovvero i rom e i sinti, è ancora vittima dell’emarginazione. L’essere senza confini, senza territorio, senza filo spinato intorno ma anzi andare oltre questi stupidi ed obsoleti limiti, è l’assunzione di responsabilità da parte dell’uomo che Ovadia riporta nel teatro e nella musica, arti queste che possono e devono demolire «meschine ragionevolezze nate dalla logica del privilegio per proclamare la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni singolo essere umano.»

Un piccolo ma appassionato contributo alla battaglia contro ogni razzismo, un impegno a risarcire una minoranza disumanamente perseguitata, è l’idea di fondo del concerto – spettacolo scritto e interpretato da Moni Ovadia con la partecipazione della Moni Ovadia Stage Orchestra. Un’opera fatta di forti emozioni e di forti memorie che racconta la storia di due popoli fratelli, quello ebraico e quello zingaro che a lungo hanno camminato fianco a fianco nella sorte, nell’essere indicati come “altro” dalla comunità occidentale e nell’essere costretti al nomadismo come risposta di dignità e di indipendenza alle persecuzioni nei loro confronti. Se un uomo perde la propria identità perde tutto, diventa l’uno, nessuno e centomila di Pirandello e questi due popoli nel corso della storia hanno perso la loro identità, il loro diritto alla vita ma nonostante tutto seppero essere in tutto e per tutto popoli ovvero uniti nella cultura, nella tradizione, nella letteratura, nei racconti, nella spiritualità e nei sentimenti. Popoli in tutto e per tutto anche senza esercito, senza burocrazia, senza confini, senza retorica patriottarda perché non serve per forza appartenere ad un genere, ad una classe politica o di pensiero per essere o meglio per sentirsi popolo, nazione, cittadini. Ad un certo punto della storia gli ebrei e gli zingari sono stati però costretti a dividersi, ad interrompere il loro cammino: gli ebrei hanno cambiato la loro storia, hanno conquistato una terra riscattando il loro essere stati vittime del nazifascismo. Gli zingari invece hanno continuato a subire il pregiudizio, l’emarginazione, la persecuzione e ancora aspettano il riscatto della storia.

Moni Ovadia ha deciso di mettere in scena uno spettacolo dove i protagonisti sono da un lato l’amore per la battuta, le storielle, le barzellette ebraiche, la poesia presente nella storia dei due popoli e dall’altro le sonorità, i ritmi e le melodie ma soprattutto la parola intesa come un gesto di responsabilità, un gesto che nello stesso tempo può esaltare o uccidere. Come diceva Nanni Moretti le parole sono importanti e far capire oggi, in un momento storico in cui negli stadi si sentono ancora cori razzisti, in cui nelle scuole i ragazzi sono vittime di discriminazione, in cui il fan di un gruppo musicale è deriso solo perché esprime una passione, che le parole più importanti sono rispetto e libertà penso sia un grande traguardo o anzi forse è l’inizio per conquistare la dignità. Certo è facile argomentare su delle ideologie ma è molto più difficile farlo sulla dignità e bisogna capire che oggi non c’è nulla di male a parlare di confini perché quando i confini accolgono, quando il confine del copro dell’uomo si unisce, cede al confine del copro della donna allora nasce la vita.