“Non parlo del 600’, ma di un uomo che propone un modo di essere contemporaneo. Non indago il conflitto tra scienza e Chiesa, ma esploro l’odierna magia degli oroscopi. E non mi limito a un ritratto di Galileo, ma associo la sua vita a quella di Einstein. E infine non ho pensato a uno spettacolo definito, ma ho messo insieme biografie, note, domande aperte e filoni connessi. Con l’idea che si possa partire con lo zaino sbagliato, ma sono poi spalle e gambe a decidere lo zaino giusto”.

A pochi giorni dal debutto del suo “ITIS Galileo”, sul palcoscenico del Teatro “Carlo Gesualdo”, domenica 13 gennaio alle ore 18.30, queste sono le parole con cui Marco Paolini descrive il suo nuovo lavoro realizzato con Francesco Niccolini, con la collaborazione di Michela Signori, la consulenza storica di Giovanni De Martis e la condivisione di Stefano De Matteis.

Già nel titolo dello spettacolo, “ITIS Galileo”,  è racchiuso tutto il senso della narrazione che Paolini fa: un omaggio agli istituti tecnici italiani che sono sempre un po’ distrattati rispetto alle altre scuole superiori, su tutte il liceo classico e lo scientifico e la volontà di ricordare che alle domande non sempre seguono le risposte evidenziando ancor di più le difficoltà della scienza nell’affrontare principi considerati incrollabili.

Ma soprattutto “ITIS Galileo” è uno  spettacolo su e con Galileo, ha un copione calibrato tra dato informativo e riflessione, tra l’oggettività dei fatti storici e la soggettività delle preziose suggestioni emozionali. Il testo teatrale, grazie all’ andamento drammaturgico, riesce a restituire al pubblico l’umanità di Galileo e il valore della sua scienza nel dare finalmente corpo e voce ad un sentire comune della sua epoca, il 600’, stanca delle chiusure dogmatiche del potere religioso e intellettuale. Paolini, dal canto suo, conoscendo il gusto e la sensibilità dominanti oggi, si rivela il professore che tutti vorremmo o avremmo voluto avere, quello che riesce a raccontare ai suoi studenti la vita di un uomo che andò contro le teorie del suo tempo rendendole obsolete, ma dovendone anche pagare le conseguenze, un uomo con tutto il suo genio e con tutte le sue debolezze, un uomo che ha commesso errori ma non si è mai fermato neanche quando vecchio e quasi ceco, rinchiuso in un convento, disprezzato dalla comunità scientifica, messo al bando dalla chiesa, ha continuato a voler sapere, indagare, capire. Galileo è stato un uomo che, pur essendo vissuto nel passato, è fortemente contemporaneo perché simbolo di un pensiero che fa resistenza all’omologazione. Certo non hai mai creduto di essere l’assoluta verità, ha riconosciuto, ad esempio, in Copernico un innovatore e un maestro di pensiero ma ha voluto riconsiderare, rivedere tutto.

La cosa che in questo spettacolo più sorprende è che Paolini racconta una vicenda di quattrocento anni fa, che noi tutti conosciamo per averla studiata a scuola, con quel sorriso e quell’ironia che la distaccano dai termini settoriali e compartimentali; affabulatore coinvolgente, Paolini riesce a raccontare le tappe della vita di Galileo, dalla nascita a Pisa alla morte nel convento di Arcetri, portando la narrazione fuori da ogni schema dell’epoca, non si ferma ai dogmi tolemaici, aristotelici e tomistici ma come fece Galileo, ricerca, rivede, rianalizza, rimette in discussione ciò che lo circonda; Galileo ieri e Paolini oggi hanno la forza di guardare oltre il sistema di pensieri che reggeva e regge tutt’oggi il mondo.

In tanti potrebbero pensare che Paolini per scrivere il testo del suo Galileo abbia preso spunto dal Galileo di Bertold Brecht cadendo, a mio parere in errore perché mentre il maestro tedesco si è concentrato sul dramma personale dello scienziato e della sua abiura, Paolini invece si occupa del suo pensiero e lo fa con l’ironia di cui, sorprendentemente, lo stesso Galileo era appassionato fruitore. Ed è così che ci rendiamo conto che la storia di questo professore pisano del Seicento è per molti versi estremamente attuale non solo per i numerosi riferimenti satirici all’attualità che Paolini infila nella narrazione, ma perché la lotta contro i dogmi costituiti e oscurantisti della chiesa e dell’università, la forza dirompente della ragione e del pensiero critico, la giovinezza mentale di chi farà dopo i sessant’anni le scoperte di maggiore peso, la voglia di non arrendersi neppure alla cecità e allo smacco dell’abiura, la capacità di spiegare le leggi della fisica con termini semplici e, soprattutto, il ruolo centrale del dubbio sono lezioni che oggi più che mai dobbiamo imparare a non dimenticare.

Diletta Picariello