Dopo l’ingresso dell’Area Sud della Basilicata nella World Religious Tourism Network, Biagio Maimone rilancia la sfida per le aree interne: «L’Irpinia ha un patrimonio straordinario, ora bisogna metterlo in rete».
L’Irpinia ha una storia religiosa che attraversa secoli, montagne e piccoli borghi. Un patrimonio fatto di santuari, abbazie, conventi, chiese, devozioni popolari e luoghi che ancora oggi rappresentano punti di riferimento per migliaia di fedeli. Una ricchezza che, tuttavia, potrebbe avere una dimensione molto più ampia di quella attuale.
Da qui nasce una domanda destinata ad alimentare il dibattito: perché l’Irpinia non dovrebbe entrare nei grandi circuiti internazionali del turismo religioso?
A rilanciare l’ipotesi è Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia della World Religious Tourism Network, intervenuto dopo l’ingresso dell’Area Sud della Basilicata nella rete internazionale attraverso il GAL “La Cittadella del Sapere”.
Un’esperienza che, secondo Maimone, dimostra come anche i territori del Mezzogiorno possano presentarsi sulla scena internazionale attraverso la propria identità religiosa e culturale.
«E l’Irpinia?», si chiede Maimone. La risposta arriva subito: «Perché no?».
Non si parla, almeno per ora, di una candidatura ufficiale. Non esiste un progetto già definito né un percorso istituzionale formalmente avviato. Ma l’idea potrebbe rappresentare il punto di partenza per una riflessione più ampia sul modo in cui la provincia di Avellino racconta e valorizza il proprio patrimonio.
Una rete che parte dai luoghi della fede
L’Irpinia avrebbe infatti un elemento che molte destinazioni turistiche devono costruire da zero: una rete di luoghi già esistenti e legati da una storia spirituale profonda.
Montevergine sarebbe inevitabilmente uno dei principali punti di riferimento. Il Santuario, la devozione alla Madonna di Montevergine, l’Abbazia e la tradizione della Juta rappresentano un patrimonio che va ben oltre la dimensione locale.
A Caposele, invece, c’è Materdomini, con la Basilica di San Gerardo Maiella, altro luogo della fede conosciuto ben oltre i confini della provincia.
Ma fermarsi a questi due nomi significherebbe raccontare soltanto una parte della storia.
L’itinerario potrebbe comprendere il Santuario di Santa Filomena a Mugnano del Cardinale, l’Abbazia del Goleto, la Valle d’Ansanto, Rocca San Felice e numerose altre realtà religiose disseminate tra Alta Irpinia, Partenio e Valle dell’Ofanto.
È una geografia della spiritualità che esiste già, ma che raramente viene percepita come un unico sistema.
Ed è proprio qui che, secondo Maimone, si trova la vera opportunità.
«L’Irpinia non deve inventarsi un patrimonio spirituale – spiega – deve metterlo maggiormente a sistema, valorizzarlo e renderlo sempre più riconoscibile a livello nazionale e internazionale».
Un viaggio che va oltre il santuario
La parola chiave potrebbe essere proprio «rete».
Un turista religioso contemporaneo non è necessariamente soltanto il pellegrino che raggiunge un santuario, partecipa a una celebrazione e torna a casa. Sempre più spesso il viaggio spirituale si intreccia con la scoperta del territorio.
E così un percorso che parte da Montevergine potrebbe proseguire verso Mugnano del Cardinale, raggiungere il Goleto e attraversare i borghi dell’Alta Irpinia, fino ad arrivare a Materdomini.
Nel tragitto entrerebbero la storia dei luoghi, l’architettura religiosa, i paesaggi, i cammini, le tradizioni popolari, l’enogastronomia e l’accoglienza.
Il santuario diventerebbe quindi la porta d’ingresso a un territorio più ampio.
È una prospettiva particolarmente interessante per l’Irpinia, dove esistono decine di piccoli comuni che difficilmente riescono a intercettare i grandi flussi turistici.
Un itinerario strutturato potrebbe distribuire i visitatori su più centri, favorendo pernottamenti, ristorazione, commercio, artigianato e servizi.
Una possibile risposta allo spopolamento
La questione, però, non è soltanto turistica.
Per le aree interne il turismo religioso può diventare anche uno strumento di sviluppo. È questo uno degli aspetti sui quali insiste Maimone, indicando nella valorizzazione dei cammini e dei luoghi della fede una possibile opportunità per contrastare lo spopolamento.
La presenza di visitatori durante tutto l’anno potrebbe infatti sostenere attività che spesso nei piccoli comuni faticano a sopravvivere.
Alberghi diffusi, bed and breakfast, ristoranti, imprese agricole, botteghe artigiane, guide turistiche, servizi culturali e trasporti potrebbero trovare nuovi spazi.
A differenza del turismo balneare, inoltre, quello religioso non è necessariamente concentrato in poche settimane estive. Feste patronali, ricorrenze, pellegrinaggi e cammini possono creare occasioni di visita in diversi periodi dell’anno.
Per una provincia come Avellino, alle prese con il progressivo svuotamento di molti centri delle aree interne, non sarebbe un aspetto secondario.
Il confine da non superare
C’è però una condizione imprescindibile: la valorizzazione economica non deve cancellare la natura dei luoghi.
Un santuario non è un prodotto. Un’abbazia non è semplicemente un monumento. Dietro quei luoghi esistono comunità, devozioni, tradizioni e una memoria religiosa che deve essere tutelata.
Il rischio, altrimenti, sarebbe trasformare il turismo religioso in una semplice operazione commerciale.
La World Religious Tourism Network pone invece l’accento sulla necessità di tenere insieme spiritualità, cultura, tutela e sviluppo.
«La sfida è creare valore senza snaturare l’identità dei territori», sostiene Maimone.
Un principio che potrebbe essere particolarmente importante per l’Irpinia, dove la dimensione religiosa è ancora profondamente intrecciata alla vita delle comunità.
Il precedente della Basilicata
L’ingresso dell’Area Sud della Basilicata nella rete internazionale diventa, dunque, un esempio da osservare.
Non una competizione con l’Irpinia, ma la dimostrazione che anche le aree interne del Mezzogiorno possono costruire una proposta capace di guardare oltre i confini regionali.
La Basilicata potrebbe essere il primo tassello di una più ampia rete meridionale, nella quale territori diversi condividano esperienze, itinerari e strategie.
In questo quadro l’Irpinia avrebbe caratteristiche proprie, ma potrebbe inserirsi in una rete più grande.
La richiesta al Governo
Il dibattito si lega anche alla richiesta rivolta dalla World Religious Tourism Network al ministro del Turismo Gianmarco Mazzi per la creazione di una cabina di regia nazionale dedicata al turismo religioso.
L’obiettivo è favorire il coordinamento tra Governo, Regioni, Comuni, Diocesi, operatori turistici e realtà dell’accoglienza.
Una strategia nazionale potrebbe consentire di superare quella frammentazione che spesso caratterizza la promozione dei territori italiani: tanti luoghi importanti, tante iniziative, ma difficoltà a costruire un racconto comune.
Per l’Irpinia sarebbe un’opportunità da valutare con attenzione.
La vera sfida è fare squadra
La domanda, a questo punto, non è soltanto se l’Irpinia abbia abbastanza luoghi da inserire in una rete internazionale.
Li ha.
La vera questione è se riuscirà a fare sistema.
Perché Montevergine, Materdomini, il Goleto e Santa Filomena sono realtà importanti prese singolarmente. Insieme, però, potrebbero raccontare una storia molto più grande: quella di un territorio nel quale la spiritualità si intreccia con la montagna, i borghi, la storia, le tradizioni e il paesaggio.
Per trasformare questa possibilità in un progetto concreto servirebbe il coinvolgimento delle istituzioni, delle Diocesi, dei Comuni, degli operatori turistici e delle comunità.
Non una semplice campagna pubblicitaria, dunque, ma un percorso costruito nel tempo.
L’idea lanciata da Maimone apre una porta. Spetterà all’Irpinia decidere se attraversarla.
Perché il patrimonio c’è già. Quello che ancora manca è una strategia capace di farlo conoscere oltre i confini della provincia e di trasformare una costellazione di luoghi della fede in un vero itinerario internazionale.
La domanda «E l’Irpinia?» può allora diventare l’inizio di un progetto molto più ambizioso.

