SALOTTO MUSICALE DA UNA IDEA DEL DIRETTORE EDITORIALE MARCO PISANO A CURA DI – Luis Gentile

Il secondo incontro al salotto musicale ha visto come protagonista Giuseppe Relmi, cantante, attore, musicista, insomma artista a tutto tondo. Ha iniziato la sua carriera come cantante sotto guida del maestro Antonio D’alessio per passione. Nel corso degli anni lo studio della voce sempre più approfondito e la volontà di mettersi in gioco lo hanno portato a diventare egli stesso insegnante. Alla scuola di canto “La mela di Odessa” insegna ai giovani talenti irpini a perfezionare la tecnica vocale. Rinnovando l’invito per il saggio che sta preparando entro giugno del 2026, ha affermato: “Curiamo la tecnica musicale di ogni studente, li coinvolgiamo e diamo loro anche gli strumenti necessari per sviluppare questo talento. Se dovessi notare una differenza rispetto ai miei esordi sarebbe la percentuale maggiore di ragazzi che ricercano il successo mediatico. Si preferisce un approccio più variegato e accompagnato da software musicali come l’autotune, piuttosto che una propensione verso la nuda e cruda tecnica vocale classica. Tra tanti però devo sottolineare che ci sono artisti vecchio stampo e ciò fa sempre piacere.” Come si è detto in precedenza Relmi è anche attore teatrale, gli abbiamo chiesto quindi come riuscisse a districarsi tra il palcoscenico e il microfono. Con emozione ha ricordato, anche in questo caso, gli insegnamenti del maestro Massimo Sorrentino, le collaborazioni con Paolo Capozzo, Gianni di Nardo, Maurizio Picariello. Tante personalità di spessore con cui ha portato in scena spettacoli suggestivi come “Resistenze”, la storia toccante di una ragazzina cresciuta nei campi di concentramento. Ha citato questo come esempio di fusione perfetta tra musica, a cura del maestro Testa, e la scrittura scenica di cui si è occupata Roberta Giosuè. “Il palco è casa mia – ha proseguito – non importa dove, ciò che conta è l’esibizione. Spesso quando si fa musica si abbraccia anche la carriera teatrale, scindere le due cose sarebbe come privarsi di parte di sè e chiedermi di scegliere tra le due sarebbe impossibile“. Tra una parola e l’altra abbiamo chiesto a Relmi se il musicista dovesse sempre essere sincero e quindi cantare di ciò che vive o se, come un attore, potesse vestire dei panni non suoi. Con grande professionalità ha risposto: “Un cantautore quando scrive non scrive solo per se stesso, molte volte produce delle canzoni cucite addosso ad altri interpreti. Può dover adattarsi a corde e storie non sue. In questa arte, come nel teatro, ho imparato che premia molto trovare sempre una via d’incontro tra la propria personalità e quella del protagonista di una storia“. Ripercorrendo il suo percorso musicale nelle varie band di cui ha fatto parte Relmi non ha potuto fare a meno di ricordare quanto variegato sia il panorama cantautorale italiano. Ha confessato che questa grande varietà porta con sé anche una vena di concorrenza da cui nasce la necessità di trovare la propria impronta. “Bisogna sempre metterci del proprio – ha continuato l’artista – di solito quando produco per me scrivo di getto nella prima stesura e poi passo alla rifinitura. Quando lavoro in gruppo le cose cambiano un pò perché magari ci sono delle prerogative da rispettare e dei limiti entro i quali sviluppare la propria vena creativa. Ciò che non bisogna mai dimenticare è che una canzone non è altro che una storia. Come tale funziona quando riesce a comunicare delle immagini e delle emozioni all’ascoltatore“. Alla domanda sul pezzo a cui è più legato ha menzionato tristemente una canzone prodotta molti anni addietro quando militava nella band Amon Ra. Si riferiva a “Sotto il fuoco”, brano che rimanda alla seconda intifada palestinese. Ha confessato che non avrebbe mai pensato né voluto che fosse così attuale anche a distanza di anni. “Mi vengono ancora i brividi ad ogni ascolto, volendo citare Battiato -ha concluso- il mondo dovrebbe ritornare a quote più normali“.

