Domenica 27 settembre la storica insegna irpina festeggia quattro generazioni di pasticceri con una serata tra alta cucina, grandi lievitati e memoria. Ospiti gli chef Paolo Barrale e Francesco Fusco.
Avella – Ci sono mestieri che attraversano il tempo senza perdere la propria impronta. Vivono nei gesti, nelle ricette, nella memoria di una famiglia e nella capacità di rinnovarla. È così che, in una pasticceria, il tempo diventa sapore: quello di un impasto, delle nocciole tostate, di una tradizione che passa da una generazione all’altra e ogni volta trova una forma nuova. A Avella, quel tempo ha il nome di Pasticceria Pesce e dura da 130 anni. Quattro generazioni, un laboratorio diventato nel tempo luogo di memoria e di ricerca, una storia nata nel 1896 e arrivata fino a oggi attraversando l’oceano, le fiere internazionali, le medaglie e i grandi concorsi, senza mai perdere il legame con la propria terra. Per celebrare questo anniversario, domenica 27 settembre alle 18.30, nella sede di via G. Leopardi 33, la famiglia Pesce riunirà amici, appassionati e protagonisti della gastronomia per una serata dedicata al gusto e alla convivialità. Accanto alla pasticceria di casa saranno protagonisti gli chef Paolo Barrale, stella Michelin di Aria Restaurant a Napoli, e Francesco Fusco, del ristorante Moera con un percorso di degustazione tra proposte dolci e salate. Le pizze firmate Mulino Caputo e le bollicine Berlucchi completeranno il racconto gastronomico di una serata pensata per festeggiare il passato guardando, con curiosità, al futuro.
La storia
La storia comincia nel 1896, quando Ernesto e Vincenzo Pesce lavorano nel Gran Caffè Pasticceria e Coloniali Fratelli Pesce, ad Avella. Nel 1903 Ernesto parte per gli Stati Uniti con la moglie Anna Ricciardi e il figlio Pasquale, portando il mestiere di famiglia nel New Jersey. Vincenzo rimane ad Avella e nel 1912, a Parigi, ottiene una medaglia d’oro per la fabbricazione di frutta confettata, dolciumi e cioccolatini. Più di un secolo dopo, quello stesso desiderio di misurarsi con la qualità appartiene al lavoro di Pasquale Pesce, quarta generazione. La sua pasticceria prende le mosse dalla tradizione campana per cercare una propria grammatica contemporanea, profondamente legata alle materie prime irpine. Nasce così, nel 2014, la Cassata Avellana, reinterpretazione della cassata siciliana che sostituisce alla frutta candita la nocciola avellana, insieme a Pan di Spagna, ricotta di pecora e gocce di cioccolato. Un dolce diventato negli anni una delle firme della casa e un omaggio alla biodiversità e all’identità del territorio. E nasce la Frolla Sant’Anna, rilettura al cacao della sfogliatella frolla, con ricotta romana, cioccolato, arancia e cannella, dedicata alla madre e alla figlia Anna: memoria familiare trasformata in dolce. Un altro dolce iconico è “Il Peccato di San Gennaro”, una tartelletta di pasta sfoglia creata in occasione dell’edizione 2020 del contest “Un dolce per San Gennaro” organizzato da Mulino Caputo. La stessa ricerca trova nei grandi lievitati il suo palcoscenico internazionale. Nel 2020 il Panettone Don Ernesto conquista il Campionato Mondiale FIPGC nella categoria Panettone Innovativo. Nel 2024 arriva il secondo posto alla Coppa del Mondo del Panettone per il Panettone Tradizionale, con Iginio Massari presidente, mentre a Panettone Senza Confini Pesce ottiene riconoscimenti nelle categorie Tradizionale e Cioccolato. Nello stesso anno le classifiche di Scatti di Gusto premiano le sue produzioni tra i migliori panettoni tradizionali e creativi. Nel 2025, infine, arriva il secondo posto a Panettoni d’Autore di IRCA Group e il Premio del Pubblico per il Miglior Panettone Tradizionale Professionisti a Panettone Senza Confini.
«La tradizione, per me, non è qualcosa da custodire immobile, ma un patrimonio da rimettere continuamente in movimento», racconta Pasquale Pesce. «Ogni generazione ha aggiunto qualcosa a questa storia. Io ho cercato di farlo attraverso il territorio, la ricerca e i grandi lievitati. Oggi, con i miei figli Ernesto e Anna accanto a me, sento che il vero significato di questi 130 anni è sapere che la storia non finisce con noi: continua». Ernesto e Anna sono infatti la quinta generazione. Due nomi che riportano al centro la famiglia e chiudono, solo apparentemente, un cerchio cominciato 130 anni fa. Perché certe storie non hanno un finale. Hanno un nuovo impasto, un nuovo lievito, una nuova generazione pronta a ricominciare.

