Da venerdì 28 novembre 2025 sarà in rotazione radiofonica “Oroboro” (TRP Vibes / Track Records Productions) il nuovo singolo di MATOH, già disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale dal 21 novembre.
Il brano “Oroboro” racconta il ciclo infinito dell’ansia e la sensazione di essere intrappolati dentro sé stessi. L’immagine del serpente che si morde la coda diventa la metafora di una routine mentale che ricomincia sempre uguale: dolorosa, ma familiare. È quel paradosso emotivo per cui si preferisce restare nel dolore conosciuto piuttosto che rischiare una serenità che spaventa perché ancora ignota. La canzone alterna momenti di lucidità e smarrimento, seguendo un loop emotivo in cui ci si perde e ci si ritrova senza sosta. L’apertura e la chiusura del pezzo – così come il ritornello – rafforzano l’idea di un cerchio che non si spezza, dipingendo un viaggio introspettivo sincero, fragile e crudo, in cui “l’oro si trova solo scavando nel fango”.
Spiega l’artista a proposito del brano: “Oroboro è nata in una di quelle notti in cui la testa non smette di girare, anche quando il corpo è fermo. È una canzone che parla dei pensieri che tornano sempre, dei cicli che non si riescono a spezzare e della sensazione di vivere dentro un loop mentale da cui non esci mai davvero, forse perché in fondo non vuoi. Scriverla è stato come specchiarmi, ma anche come provare a rompere quello specchio. È il mio modo per fare pace con tutto quello che non riesco a controllare e che forse, a volte, controlla me, tornando sempre, proprio come l’Oroboro.”
Ascolta ora “Oroboro” su tutte le piattaforme digitali
Il videoclip di “Oroboro”, diretto da Gianluca Scalia e prodotto da Kemedia, è un micro–rituale visivo in cui il corpo diventa specchio e frattura mentre il tempo rallentato, materico sembra ripetersi, divorare sé stesso, rigenerarsi: come il simbolo dell’ouroboros. Girato in bianco e nero e con un’estetica volutamente essenziale, il video lavora su gesti minimi. La camera resta vicina, quasi respirante, come se il corpo fosse un territorio da esplorare. Il risultato è un atto intimo e simbolico: una riflessione per immagini sulla ciclicità, sull’autopercezione e sulla possibilità di rinascere mentre ci si osserva dissolvere.

